La favola di Edin, che è rimasto alla Roma per una scelta di vita

La Roma, lo scorso gennaio, lo aveva ceduto al Chelsea. Troppo ricca l’offerta di Abramovic, più di 30 milioni di euro, per un calciatore di 32 anni, per poterla rifiutare. È stato Edin Dzeko a dire di no, tra la sorpresa generale e il disappunto di qualcuno, per «giocare partite come quella contro il Barcellona». Come tutti i grandi attaccanti, il bosniaco ha bisogno della luce di riflettori importanti: il palcoscenico della Champions è quello in cui si trova meglio. Dal Camp Nou a Stamford Bridge, passando per l’Olimpico, gioca come nel giardino di casa sua. Con quello di martedì sera, il terzo contro il Barcellona con la maglia della Roma, è salito a quota sei gol in questa Champions League e mai nessun altro romanista era riuscito a fare lo stesso in una sola edizione: né Totti e Montella, né Batistuta o Cassano (in tribuna all’Olimpico al fianco del suo ex capitano per assistere alla gara col Barça), né Roberto Pruzzo, che nel 1984 si fermò a cinque.

Con il gol allo Shakhtar e i due realizzati al Barcellona (più il rigore conquistato e trasformato da De Rossi), Dzeko ha ripagato abbondantemente la mancata cessione, facendo superare alla sua squadra gli ottavi e i quarti e facendo incassare alla società un gran numero di milioni di euro che, probabilmente, a fine stagione serviranno ad evitare qualche cessione dolorosa. «Sono rimasto – le sue parole dopo l’impresa con il Barcellona – e sono felice, penso che lo sia anche la società». Con quello di martedì sera sono venti i suoi gol stagionali – 6 in Champions e 14 in campionato – senza calci di rigore. In totale in giallorosso ne ha segnati 69 in 131 partite, poco più di uno ogni due gare. Una media che ha mantenuto in tutta la sua carriera, da Wolfsburg (85 in 142 match) al Manchester City (72 in 189): squadre con cui ha vinto il campionato, e quando lo ha fatto non è che fosse poi così scontato.

In giallorosso non ci è ancora riuscito, ma ha tempo per provare a realizzare un tris che sarebbe clamoroso. Per il momento è riuscito a realizzare un altro record: segnare almeno 50 reti in campionato in Germania (66), Inghilterra (50) e Italia (51). Eppure la sua strada romanista è stata tutta in salita. Solo una città che brucia tutto così velocemente come Roma poteva mettere in discussione un calciatore che, compresa la nazionale bosniaca (di cui è capitano) ha realizzato 307 reti. Accolto da eroe nell’estate del 2015, con migliaia di tifosi che sono andati a prenderlo all’aeroporto di Fiumicino, è diventato presto un «bidone».

La sua colpa? Aver segnato nel suo primo anno in giallorosso solo 10 gol, tra campionato e coppe. Una critica feroce lo ha accompagnato sui social, dove giravano dei fotomontaggi offensivi che volevano essere spiritosi nelle intenzioni di chi li pubblicava, e nelle radio private, dove i tifosi molto spesso lo hanno indicato come un capro espiatorio dei mancati risultati romanisti.

Calciatore dalla tecnica sopraffina, al punto che si fa fatica a capire quale sia il suo piede forte visto che calcia indifferentemente col destro e col sinistro; numero 9 con i piedi di un 10, per mettere tutti d’accordo non gli sono bastati nemmeno i 39 gol del suo secondo anno, il titolo di capocannoniere della Serie A (29 reti) e quello di Europa League (8) o il fatto di essere finito nei primi 30 nella classifica del Pallone d’Oro.

A gennaio, tra i tifosi ma forse anche tra i dirigenti romanisti, c’era chi auspicava una sua cessione e anzi vedeva come un’occasione irripetibile l’offerta del Chelsea. Per fortuna ha avuto ragione Edin, appoggiato da sua moglie Amra che è innamorata di Roma, a voler restare. Al Chelsea, d’altronde, la Champions non l’avrebbe potuta giocare quest’anno e, probabilmente, nemmeno il prossimo.

A Roma, invece, sta vivendo un sogno, e con lui un’intera città, almeno quella di fede giallorossa, che martedì notte si è ritrovata per incanto ad intasare le strade piene di buche, a festeggiare come se si fosse vinto un trofeo e a fare bagni nelle fontane, insieme al presidente Pallotta, che si è buttato in quella di Piazza del Popolo. A Londra avrebbe sicuramente guadagnato molto di più, ma non avrebbe mai visto Abramovic tuffarsi in una fontana per festeggiare una qualificazione in una semifinale di Champions League. E poi lì sarebbe stato uno dei tanti, mentre a Roma «rischia» di diventare un eroe: nella storia ci è già entrato, il prossimo passo è diventare una leggenda.

Fonte: Gianluca Piacentini (Corriere della Sera)

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