E ora Roma-Genoa, per rileggere i migliori anni della nostra vita…

di PAOLO MARCACCI – Son queste le partite che danno davvero un senso alla crescita, eventuale, di una mentalità. Son queste le partite che contano davvero: perché le si ricorda meno o, per meglio dire, restano nella memoria soltanto quando segnano un’imprevista delusione. Ecco perché se il gol di Castro è un episodio, quello di Inglese è un delitto della Roma verso se stessa, che con il pareggio di El Shaarawy aveva ristabilito le gerarchie tecniche e la dittatura degli obiettivi. Poi Salah apre l’interno sinistro e una deviazione glielo spalanca, quindi gli entusiasmi clivensi si raffreddano due volte sotto le goccioline del “Bentegodi”; resta il fatto che con la difesa schierata non si può prendere un gol come quello del raddoppio dei motivatissimi uomini di Maran.

Ricomincia dall’ingresso di uno stagionato mestierante del gol, il Chievo: quel Sergio Pellissier che alla vigilia ha messo a segno più che altro proclami. Perché il gol arriva, ma lo dipinge a olio El Shaarawy, partendo sul filo del fuorigioco sul lancio di Strootman, anticipando l’uscita di Sorrentino con uno stop a inseguire che è una sfumatura di colore, soffiando il diagonale a pelo d’erba in modo da pettinare la frustrazione partenopea.
Crossa a ripetizione, Toni Rüdiger, che trova ogni volta lo spunto sulla destra e ogni volta recapita un pallone ben tagliato al centro dell’area. Su uno di questi la testa di Dzeko pretenderebbe il quarto sigillo, però la palla è troppo ben impattata per non finire in braccio a Sorrentino. Non molla il Chievo, e non rallenta, così a venti minuti dal termine El Shaarawy cede il posto a Nainggolan, per proteggere, preservare ma anche chiudere i conti dalla distanza. C’è poi da dire che la compagine di casa, col proverbiale rombo tanto decantato da Spalletti alla vigilia, limita il consueto possesso palla romanista; quindi bisogna riempire la linea mediana in un finale vero e vivo, tanto diverso da Torino – Napoli della scorsa settimana. Ma tanto diverso.
E poi arriva Salah, in fantastica combinazione con Dzeko che gli offre una bollicina di prosecco veneto dalla lunetta dell’area: nei millimetri di una traiettoria che gira come un satellite nel sistema solare della Champions, oltre al quarto, pregevole gol giallorosso stanno anche i rimpianti per quel qualcosa di troppo lasciato più d’una volta lungo il cammino. L’egiziano saluta un settore ospiti devoto e grato, quando Spalletti lo richiama per far posto a Perotti, quindi arriva il destro a mezza altezza di Dzeko: potenza inesorabile, calligrafia da campione.
A quel punto, lo stadio Veronese si gode il suo spicchio di sole, perché dirada le nuvole un caldo applauso, ammirato ed entusiasta, corale come solo il tributo ai pochi che la storia non solo la scrivono: la incarnano nel presente.
Fa il terzo il Chievo, ancora con Inglese, per l’almanacco.
Tre di recupero, quindi la mente e il cuore vanno già a Roma- Genoa, quando rileggeremo i migliori anni della nostra vita.

Written by