Bradiaritmia: ecco che cosa ha causato la morte di Davide Astori

Davide Astori è deceduto a causa di una «morte cardiaca senza evidenze macroscopiche, verosimilmente su base bradiaritmica». Il cuore del capitano della Fiorentina ha lentamente rallentato il suo battito, fino a fermarsi. Sono le prime conclusioni dell’autopsia eseguita dal direttore Centro di patologia vascolare dell’Università di Padova, Gaetano Thiene, e dall’ anatomopatologo, professore di medicina legale all’Università di Udine, Carlo Moreschi. Per chiarire le cause di morte del calciatore e che cosa ha provocato l’aritmia fatale sarà però necessario attendere gli esami genetici.

La morte improvvisa – Astori è stato vittima di una morte improvvisa cardiaca, che si verifica in modo istantaneo, in apparente assenza di qualsiasi sintomo. La morte improvvisa, nella maggior parte dei casi è causata da un’aritmia grave, più spesso da una fibrillazione ventricolare, in molti casi preceduta da una tachicardia ventricolare . Meno frequentemente (ed è a quanto pare il caso di Astori) il meccanismo è rappresentato da una bradiaritmia (asistolia, ovvero assenza di battiti). «Nei soggetti giovani le bradiaritmie sono un fenomeno eccezionale, generalmente causate da patologie organiche o genetiche non sempre intercettate. Quando il cuore rallenta possono verificarsi pause di alcuni secondi, e poi riprende il battito, oppure il cuore rallenta fino a fermarsi. La bradiaritmia si manifesta con capogiri o svenimenti» spiega il dottor Patrizio Mazzone, cardiologo dell’unità di aritmologia ed elettrofisiologia cardiaca all’ospedale San Raffaele di Milano.

Disturbo degli atleti – Ma è vero che la brachiaritmia è un tipo di disturbo caratteristico degli atleti, di quelli molto allenati il cui cuore ha un battito più lento del normale, intorno ai 50-60 battiti al minuto. «In questi casi – spiega il professore Valerio Sanguigni, cardiologo e docente di Medicina interna all’Università di Roma Tor Vergata – il ritmo del cuore può scendere molto al di sotto di una soglia di sicurezza, soprattutto durante la notte con conseguenze anche fatali». Il problema nasce quando il battito del cuore, durante il sonno scende fino a 30-35 battiti al minuto. «In questi casi – aggiunge – le pause tra un battito e l’altro possono essere troppo lunghe e portare o a un arresto cardiaco, oppure alla interruzione di ossigenazione del cervello con conseguente ischemia». Nei casi più gravi questo problema si può correggere con lo stop immediato alle attività sportive e con l’applicazione di pacemaker.

La bradiaritmia – E’ un’aritmia che si caratterizza per un disturbo nella formazione o nella conduzione dell’impulso elettrico del cuore. «Le aritmie lente possono essere causate da molti tipi di malattie legate alla trasmissione dell’impulso cardiaco: cardiomiopatie, oppure malattie genetiche come la laminopatia (un disturbo del cuore che non si contrae bene e si verifica un blocco nel passaggio dell’elettricità tra l’atrio e il ventricolo) o la sindrome di Brugada dove le aritmie insorgono soprattutto durante il sonno, spiega la professoressa Silvia Priori, ordinario di Cardiologia dell’Università di Pavia, Direttore Scientifico Fondazione Salvatore Maugeri che però chiarisce: «L’impulso cardiaco parte da cellule che si chiamano “pacemaker”, localizzate nell’atrio destro del cuore. In altre zone del cuore sono dislocati altri pacemaker che, nei soggetti sani, in caso di malfunzionamento dei primi, entrano in funzione e agiscono come sistema di scorta. Se l’intero meccanismo non si attiva il motivo è certamente una malattia, molto probabilmente di natura genetica». (corriere.it)

I PRECEDENTI – Taccola, Foè, Fehér, Puerta, Morosini: il lungo elenco di morti improvvise che hanno sconvolto il calcio e il senso d’impotenza in chi sopravvive. Quanta fragilità nell’apparente illusoria perfezione, quanti agguati anche dentro un corpo giovane, forte, allenato. Queste sono morti inconcepibili, come quando se ne va un figlio. È un dolore di segno speciale perché del tutto privo di senso, la meravigliosa macchina dell’atleta che come ogni altra può ospitare vuoti, mancanze, piccole sbavature capaci però di scatenare il crollo senza rimedio. Non lo si accetta perché non lo si comprende. Semplicemente accade. Corpi che si accasciano in campo senza contrasti o urti, occhi che ruotano all’indietro nell’ultimo soffio di vita, a volte sotto centinaia di migliaia di sguardi. Quante volte lo abbiamo visto, e oggi la rete moltiplica il repertorio di quelle immani tragedie individuali ma subito di tutti, come se la morte nel video non finisse mai. Oppure ci sono ragazzi che si spengono nel segreto di una stanza come il povero Astori, e non fa certo meno male.

Sono più di quarant’anni dal pomeriggio di Perugia in cui morì Renato Curi. Diluviava, il cielo era di peltro. Curi scattò e crollò da solo, solo. Era il 30 ottobre ’77, lui aveva appena 24 anni anche se quei baffoni lo mostravano più grande. Otto anni prima, un infarto negli spogliatoi dell’Amsicora si era portato via Giuliano Taccola che di anni ne aveva 26: mai si chiarì davvero quel destino. Da allora è un triste repertorio di accadimenti vicini o remoti. Piermario Morosini (26 anni) che a Livorno casca in ginocchio e per due volte cerca di rialzarsi mentre la vita gli scappa dal cuore. Il camerunense Foè (28) fulminato sul campo di Lione contro la Colombia, il 26 giugno 2003. L’ungherese Fehér (25) che si piega sul tronco, porta le mani alle ginocchia, cerca di riprendere il filo ma non può; attorno, tutti gli altri giocatori sgomenti comprendono in un attimo. Morire così, nel pieno del tempo migliore, per mano di quello che Joseph Conrad chiamava il compagno segreto, il silenzioso nemico acquattato nel petto in attesa di colpire, subdolo e maledetto. La sorte di Patrick Ekeng (26), di Antonio Puerta che sopravvisse tre giorni alla crisi cardiaca col cervello ormai perduto, oppure Dani Jarque (26) ucciso da un infarto mentre era al telefono con la fidanzata, o l’irlandese McBride (28) che si arrese alla sincope tra i muri di casa a Derry.

Si muore all’improvviso, in Italia accade ogni anno a mille ragazzi in apparenza sani e invece portatori di guasti invisibili e silenziosi, la cardiomiopatia, la sindrome del QT lungo, l’aneurisma, l’ictus che mica colpisce solo i vecchi o i logori, la fibrillazione che fa vibrare l’atrio come le ali di una farfalla. C’è chi ha nel petto una minuscola fibra cardiaca di troppo, come un cavetto elettrico che lì non dovrebbe stare e manda in corto i battiti. Non c’è rimedio ma non possiamo darcene ragione. Succede da sempre e non solo nel calcio, come quando al cestista Luciano Vendemini (25) si spezzò l’aorta mentre firmava autografi, era sempre il maledetto ’77 di Curi, oppure quando Vigor Bovolenta (38) crollò sul parquet di Macerata dopo una battuta, il 24 marzo 2012. È l’istante impossibile, il fotogramma inaccettabile in cui tutto finisce e il corpo perfetto dell’atleta smette di fermare il tempo per noi comuni mortali, dicendo addio al sogno di eternità e perenne giovinezza che lo sport ci racconta. Così, tutto quello che ci sembrava intatto si sgretola e il compagno non più segreto ci mostra il suo terribile sorriso.

Fonte: LA REPUBBLICA (M. CROSETTI)

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