Arrivano timidi segnali e una convinzione: poter fare bene…

di PAOLO MARCACCI – Segnali. Timidi, episodici, intermittenti se volete, ma pur sempre segnali. Che si tratti della soddisfazione che trapela dalle parole di Di Francesco in conferenza o di un gol di Tumminello che rinvigorisce il morale, la nascente Roma di Monchi e del tecnico abruzzese evidenzia elementi che giustificano un qualcosa che viene prima della doverosa ambizione alla vittoria: la convinzione di poter fare bene; l’asticella poi la si può fissare più in alto o più in basso a seconda della individuale soglia di ottimismo. Venduto tanto e bene, seppur dolorosamente; acquistato in maniera mirata e secondo esigenze, in attesa di un crescendo agostano; salvaguardata il più possibile la spina dorsale della formazione titolare, da Manolas (rumors giornalisticamente kitsch a parte) fino a Dzeko; ricreate le basi per un realistico entusiasmo, ci piace sottolineare tanto l’aggettivo quanto il sostantivo, come testimonia anche la tendenza a salire degli abbonamenti.
In una tifoseria divisa in parrocchie varie e variegate, scissa al proprio interno per motivi più o meno futili, votata più alla disgregazione che all’obiettivo comune, c’era bisogno di volti rasserenanti e convinzione senza fronzoli: torniamo al tecnico e al direttore sportivo, che col proprio stile ha fatto piazza pulita innanzitutto di gatti maculati e barocchismi vari, comprese le fastidiose sigarette di metà conferenza. Se le sei stagioni trascorse ci hanno insegnato qualcosa, dovrebbe trattarsi proprio del piacere di tornare a stare vicino alla Roma, a cominciare dalle presenze allo stadio, perché la Roma è un bene superiore ai propri pensieri sulla dirigenza, alla radio che si ascolta abitualmente, alle legittime e sacrosante nostalgie che si possono avere per varie forme di passato, tecnico e/o societario. È proprio per questo che è giunto anche, almeno a nostro avviso, il momento del ritorno, dalla porta principale, di Francesco Totti: coagulante di anime, testimone (al di là del trattamento subìto) del (ri)compattamento di un popolo che ha bisogno di simboli indiscutibili, per tornare a sentirsi unito. Nel giorno in cui conosceremo i calendari, è bello proiettarsi al primo ingresso della squadra sul terreno dell’Olimpico, pensando che l’avversario torni ad essere solo la squadra da affrontare, quale che sia; perché tutto il resto è solo e soltanto romanista, senza se e senza ma.

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